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Giovani e azzardo: invertire i ruoli, per capovolgere tutto

di  Giorgio Magarò – 27 maggio 2015

C’è chi li definisce indifferenti, apatici e chi arriva persino a qualificarli come cinici. Eppure i giovani – categoria già in sé critica – sono capaci di rovesciare ogni logica, ogni cliché e ogni aspettativa: è successo a Pavia e Voghera, dove in trecento hanno lavorato a una serie di spot dando una vera lezione a chi crede che una materia tanto pericolosa come quella dell’azzardo legale sia solo faccenda da talk show, deleghe in bianco e buone prediche da impartire al mal capitato di turno. E se invece invertissimo i ruoli – come ci spiega nel suo diario il regista Giorgio Magarò, che con questi ragazzi ha lavorato – che cosa accadrebbe? Forse apriremmo gli occhi e cambierebbe tutto.

La prima parola che mi viene in mente è “inversione di ruoli”: dal primo incontro, nel quale io e Simone Feder abbiamo introdotto il tema del gioco d’azzardo e delle patologie legate ad esso fino al 22 maggio scorso, quando abbiamo presentato i lavori dei ragazzi (qui trovare il resoconto della giornata), è parso subito chiaro che i ragazzi e le ragazze fossero più colpiti dal coinvolgimento dei propri genitori che dalla possibilità di avere problemi diretti con il gambling.

Abbiamo cercato di attirare su di loro l’attenzione massima sulla questione del gioco on-line e sull’uso degli smartphone come portale/cavallo di Troia che avrebbe insinuato l’azzardo nelle loro vite, ma non c’è stato nulla da fare: il pensiero e la preoccupazione tornavano principalmente ai loro cari.

Questo mi ha fatto riflettere a lungo su due questioni: la prima è che si sta creando un capovolgimento nel ruolo genitore/figlio. I nostri figli percepiscono non solo un mondo degli adulti problematico e senza speranza, un mondo nel quale si vorrebbe entrare il più tardi possibile. Percepiscono in particolar modo la debolezza degli adulti. La fragilità dei propri genitori.

E come la mamma che sotto la pioggia si preoccupa, di proteggere il proprio bambino, incurante dell’acqua su di sé, questi giovani hanno istintivamente bisogno di proteggere i loro genitori, in una dinamica anomala (ti devo aiutare per far si che tu possa tornare a fare il genitore e quindi aiutare me). E tutto ciò non è sano. Poiché non è l’espressione naturale dell’amore dei figli verso di noi. E’ soprattutto una inversioni di ruoli, preoccupante perché il figlio non ha gli strumenti per aiutare un genitore. E se li matura (per necessità) si allontana dallo sforzo energetico e vitale della propria crescita e del proprio diventare adulti.

La seconda questione, a mio avviso altrettanto inquietante, vista la mia professione ed in quanto collegata all’uso dei new-media, è che non c’è, da parte dei giovani, una percezione adeguata dell’azzardo legato ai nuovi strumenti di comunicazione.

E come se tutto ciò che viene veicolato da internet e dai relativi strumenti tecnologici, fosse in qualche modo innocuo e lontano dalla realtà e dai problemi reali.

E’ una questione complessa ed irrisolta che ci trasciniamo dietro da quando abbiamo iniziato a parlare di televisione e dell’effetto educativo e sociale di questa sui nostri giovani. Mi ricordo che elemento scatenante fu l’importazione massiccia di cartoni animati giapponesi. Storie violente e spiazzanti per chi era abituato alla colonizzazione buonista di Disney e compagni.

Ci si chiese se aveva senso far entrare nelle nostre case, contenuti, messaggi e soprattutto forme comunicative ed espressive alle quali non eravamo abituati e che non avremmo saputo gestire educativamente e culturalmente. Grandi dibattiti, libri e convegni ed un risultato noto: l’impossibilità di fermare o regolamentare significativamente il mercato della comunicazione.

E la piena è stata inarrestabile: dai cartoni violenti, a qualsiasi tipo di programma nel quale vengono enfatizzati la competitività, la moda e la ricchezza come valori, la superficialità, l’arroganza e la violenza fisica e verbale. Fino ad arrivare a nuovi videogiochi dove nemmeno lo stupro e il razzismo sembra possano essere limitati, anzi diventato il “plus” commerciale per eccellenza.

In questo quadro devastante di cattiva gestione nei media, il gioco d’azzardo diventa virus perfetto per invadere quell’oggetto che tutti abbiamo in mano e che una volta chiamavamo “telefonino”. Un oggetto che è diventata una finestra spalancata sul mondo, sia quello della comunicazione e della socializzazione, sia su quello del profitto a tutti costi.

Ed i nostri giovani (non solo loro, ma è di loro che voglio parlare ora) sono assolutamente non protetti da questa invasione. Nelle loro camerette di solitudine sono esposti e non aiutati a comprendere il vero potenziale di ciò che utilizzano.

Molti dei ragazzi che hanno partecipato ai laboratori per la realizzazione degli spot avevano idee confuse sulla gestione economica del proprio smartphone e sul fatto che anche il gioco on-line possa creare dipendenza.

Anche per questo motivo abbiamo scelto di utilizzare Facebook come piattaforma di comunicazione per la produzione dei nostri spot: i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno bisogno di riappropriarsi di questi social-media in senso positivo e creativo. Abbiamo creato un gruppo di lavoro sul web dove ci potevamo scambiare contenuti, proposte, foto dei luoghi dove avremmo fatto le riprese e musiche che avremmo potuto utilizzare come colonna sonora. Un luogo dove avremmo potuto confrontare idee e contenuti, in attesa di incontrarci nel mondo reale per effettuare le riprese, per recitare insieme, divertendoci e comunicando al mondo attraverso il nostro lavoro.

Concludendo e ripensando a ciò che è successo in questi mesi, al lavoro innovativo ed entusiasmante che abbiamo prodotto con i giovani, credo che dovremmo concentrarci molto su queste due questioni: tornare a parlare seriamente di comunicazione (potenziali positivi e negativi dei nuovi media) e delle implicazioni sociali ed affettive di una consapevolezza di essi.

E dovremmo ripensare ad una società eticamente e istituzionalmente più sana, che non esponga i propri cittadini alla malattia del gioco d’azzardo. Una società che restituisca i genitori al loro ruolo di guida ed esempio per i figli e le nuove generazioni.

Una società che aiuti gli adulti a riacquistare una propria autorevolezza.

E su questo i giovani ci hanno aperto gli occhi.